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Cultura

 

Il patrimonio d’ogni sportivo non è la capacità motoria ma, al primo posto, deve essere posta la cultura che lo anima.
Parlare di cultura significa aprire un ventaglio d’indirizzi accademici che portano le disquisizioni della materia su argomentazioni apparentemente non collegate.
Volendo approfondire il suo significato nel mondo sportivo, anche in questo caso avremmo molti orientamenti.

Il termine cultura dello sport cosa significa? S’intende quale modo d’approccio non violento alle manifestazioni sportive, oppure s’intende come adozione di una forma comportamentale dove la pratica fisica contribuisce a migliorare la qualità della vita?
Si può comprendere quale adozione individuale o collettiva di quei valori che spesso sono specificati da più parti, oppure si può percepire attraverso il rifiuto di metodiche illegali?
Queste sono solo alcune delle direttrici, che una qualsiasi forma di pensiero può incanalarsi nell’affrontare l’argomento della cultura sportiva.
Nel nostro mondo associativo, ovviamente con valutazione soggettiva, l’elemento principale da considerare è l’uomo, mentre tutto il resto rimane sussidiario.
Pertanto, sempre soggettivamente in tema di cultura, lo sport diviene tramite attraverso il quale l’uomo realizza alcuni dei suoi bisogni materiali ed esistenziali.

Conseguentemente, per operare significativamente nella costruzione di una struttura culturale sportiva, è improduttivo investire ed agire sul mezzo, quando l’agente principale risiede nell’origine.
Per quanti si apprestano ad apportare il proprio contributo per una nuova edificazione culturale, è necessario ben valutare l’esistente, conoscere le esigenze della comunità e, operare prestando attenzione a non incorrere in un’involuzione che determinerebbe una deviazione in negativo.

Ogni società è regolata da convenzioni generali che suddividono in positiva o in negativa ogni azione umana. Come ben individua De Bono nel suo libro “sei cappelli per pensare”, ogni situazione assume aspetti diversi, secondo il punto di vista con cui si guarda. Ogni azione assume quindi un aspetto negativo, o giusto, secondo le motivazioni dell’attore.
Per portare ad esempio un argomento purtroppo attuale è sufficiente fare riferimento al doping. Chi lo produce lo vede come business, chi lo assume con coscienza lo fa per gratificazioni personali, poiché ritiene di poter raggiungere migliori risultati, chi lo somministra conoscendo le devastazioni che produrre ha certamente dei vantaggi personali nel proporlo. Bastano tre esempi elementari per giustificare agli occhi dell’attore, un’azione generalmente giudicata negativa.

La cultura è parte integrante d’ogni società, ambedue crescono e si modificano seguendo una linea non scritta dell’evoluzione (o dell’involuzione) umana. Umberto Eco, nel suo saggio sui segni, spiega come ogni uomo ben s’integra nel proprio ambiente, proprio perché esperto conoscitore delle convenzioni che lo costituiscono. Eco, ha portato ad esempio le esperienze vissute dal “signor Smile” in un altro paese. Ha costruito un’ipotetica vicenda, trascorsa in un ambiente sociale e culturale quasi identico a quello di provenienza e, il risultato di quest’episodio è stato pressoché identico a quanto sarebbe accaduto se il signor Smile si fosse trovato a casa propria, anziché all’estero.

Questo esempio giustifica le convenzioni e il significato dei segni che qualunque collettività adotta per un’immediata comunicazione. Esso è la dimostrazione che ogni società ha una propria cultura basata sulle necessità ed attese dei suoi membri. La cultura non è qualcosa d’astratto e statico, è invece un senso d’appartenenza comune a tutti i propri membri, che modificando comportamenti, convenzioni e rapporti sociali, variano in senso positivo o negativo, anche la cultura originaria.

Conseguentemente, per riprendere un percorso culturale di crescita sportiva e sociale, è necessario comprendere quale potrebbe essere il senso di una cultura condivisa da un’ampia parte di persone e quale linguaggio avrebbe la capacità di farsi interprete di tale comunanza e, soprattutto, quale tipo di cultura è auspicabile.

Tutto dipende dai nostri obiettivi, se immediati, materiali o ideali.
San Francesco, ben oltre 600 anni fa, si è spogliato dei propri beni terreni e attraverso la fede ha predicato una rivalutazione dei valori originari dell’uomo. Forse incompreso e deriso allora, oggi riconosciuto ad esempio per molti. L'umile esperienza vissuta e le sue opere sono servite a milioni di persone per trovare risposte del proprio Io.

Di Nerone, potente imperatore romano, amante delle arti e della musica, non rimane nulla se non nei libri di scuola che lo indicano con pressappochismo come l’artefice del rogo di Roma.
Questi personaggi, in netto contrasto tra loro, indicano due strade ben distinte che, per perseguire i propri obiettivi, ognuno di noi può intraprendere.
Da una parte si ha la morale dall’altra, l’aspetto materiale. Si tratta ovviamente di una scelta di campo, non sempre ben marcata e definita, proprio per le peculiarità della natura umana.

Per far comprendere come varia nei tempi il significato dei rapporti tra le persone (quindi fatto di cultura), basta fare un raffronto sull’aspetto dell’onore e il valore della parola data. Agli inizi del secolo, e quasi fino agli anni 50, molti contratti minori erano stipulati nei mercati con la famosa “stretta di mano”, era un contratto virtuale ma indissolubile e onorato dalle parti perché, il ripudiarlo, significava ledere per sempre l’onorabilità e l’attendibilità di chi lo aveva assunto.

Oggi, per avere delle certezze, un qualsiasi accordo va sottoscritto con un contratto, e alcune volte questa formula non è sufficiente a garantirne il rispetto.

E’ quindi un problema di cultura, viviamo in una società sempre più frenetica che macina sentimenti, tempi e rapporti sociali. L’emancipazione femminile, sacrosanta nei suoi diritti, è forse stata propagandata più dall’idea di un consumismo sfrenato che dal desiderio d’eguaglianza, peraltro non ancora raggiunta. Il risultato dell'impegno lavorativo delle donne, si è visto con la diminuzione delle nascite e il “parcheggio” dei figli presso gli asili, i nonni, le baby sitter e le scuole a tempo pieno, venendo meno l’importante aspetto d’insegnamento dei valori e dell’amore, che è la base per la crescita dell’individuo in una società sana ed evoluta.
Non è da criticare il comportamento del singolo, non è questa l’intenzione, perché le odierne situazioni rispecchiano il frutto della cultura dell’attuale società, che grazie ad un periodo di vacche grasse, ha sostituito i valori con i miti e gli idoli.

E’ il caso di valutare se questa è effettivamente la società che vogliamo tramandare ai nostri figli. Certamente loro opereranno in conformità a quanto troveranno, costruiranno la loro cultura sulle informazioni e sul significato delle convenzioni che oggi noi tracciamo.
Chi dissente dalla comune concezione di una società che mira alla materia, al facile guadagno, alla bella vita senza doveri, ha l’obbligo di porsi alcune domande, prefiggersi degli obiettivi e trovare la strada ed i mezzi per perseguirli.

Non tutti si trovano bene in questo tipo di società, spesso tacciono per il timore di essere delle pecore nere in un gregge che è continuamente soggiogato dalle forti comunicazioni che invitano alla frenesia. In molti desideriamo vivere in una società giusta e sicura, dove vivere in armonia con il vicino divenga consuetudine e non fatto anomalo, e dove sia data la possibilità d'immaginare il futuro dei nostri figli. Desideriamo avere certezze per il domani, abbisogniamo della sicurezza che la stretta di mano suggelli un patto senza brutte sorprese. Tutto questo comporta un cambiamento dei valori della nostra società. Il nostro malessere è condiviso da molti, tantissimi altri. Dobbiamo interpretare questo disagio e trovare le giuste parole per significarlo, non in contrapposizioni ma con l’indicazione di un percorso alternativo.

Uno dei linguaggi universali è lo sport. Proviamo attraverso lo sport, non con lo sport dei grandi campioni, con gli eventi megalitici che spesso sono gestiti dalle stesse aziende che giornalmente c’inducono di acquistare quella o l’altra marca, proviamoci dalla base, per far salire dal basso verso il vertice, un diniego corale:non siamo assolutamente soddisfatti di come stanno andando le cose!

Lo sport di base, quello dei ragazzi delle borgate, lo sport dei disagiati, lo sport di quanti, per giocare tagliano una rete per entrare in un campo di calcio, lo sport definito “minore”, ma che invece è il più genuino e sincero, questa è la parola magica per tentare di dire la nostra, per portare la cultura di un popolo che non vuole più essere spettatore ma giocatore nella partita della propria vita.

Teniamo le distanze dagli interessi personali, teniamo fuori campo la droga e gli affari sporchi, giochiamo solo partite pulite. Dobbiamo essere modello d'esempio, per tutti. Grandi personaggi del passato ci danno ragione, non solo San Francesco ma Ghandi e Suor Teresa sono solo due esempi che danno ragione al nostro modo di porre la questione.

Pratichiamo solo sport pulito e isoliamo gli idolatri. Rispettando le regole, abituiamoci e rendere partecipi i giovani nei nostri giochi e a pensare da sportivi, persone che competono per il gusto di partecipare, per il piacere di misurare le proprie capacità, per la felicità di stare assieme agli altri. In questo modo, un po’ alla volta cambierà anche il nostro modo di pensare e, di conseguenza anche d’agire. Un po’ alla volta vedremo con i nostri occhi ed inizieremo a ragionare con il nostro cervello, ci verrà allora facile individuare i cattivi soggetti e indicarli. A quel punto saranno loro le pecore nere e, la nostra società si sarà finalmente appropriata da una cultura che appartiene al mondo mediterraneo, del quale siamo orgogliosamente fieri di farne parte.

E’ impossibile possedere la certezza sul futuro, possiamo solo provarci, il risultato non è garantito, ma ritengo che questa possa essere l’unica strada da percorrere, per confrontarsi con le altre culture che la globalizzazione sempre più ci mette in relazione e dove, l’unico linguaggio condiviso è solo lo sport.

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